
In questo che doveva essere l’anno in cui andavano d’amore e d’accordo, Gorizia e Nova Gorica mi ricordano sempre di più i protagonisti di quel grande film di Bunuel che è Il fascino discreto della borghesia: per un motivo o per l’altro non riescono mai a “mangiare insieme”.
La critica del film alla classe dirigente può essere pari pari trasposta, compreso il momento in cui alla fine riescono finalmente a mettersi intorno allo stesso tavolo e scoprono di essere in realtà su un palcoscenico davanti a un pubblico che fa partire un applauso, con gli spettatori che par di sentire che dicano:era ora!
Per tutto il film sembra non sia mai il momento giusto, neanche quando si recano a casa uno dell’altro: vi aspettavo domani, non ho preparato niente. In realtà manca la volontà, e il film vuole svelare al pubblico l’ipocrisia (Gorizia capitale Europea dell’ipocrisia, toh.. ) di quel mondo.
Oggi, in cauda venenum visto che l’anno sta per finire, sul giornale esce l’ammissione a denti stretti che, per un motivo o per l’altro, i due enti che dovevano gestire una capitale unica – due per una, altra ipocrisia – non è che si siano trovati attorno allo stesso tavolo tante volte, neanche nelle occasioni ufficiali.
Purtroppo avevamo un altro impegno quel giorno… Insomma ognuno si è fatto la sua capitale. Se prima era tutto amore con l’amico Klemen, non c’è stato mai un amico Samo con cui giocare a carte in Transalpina.
gnuno ha fatto il proprio solitario, la bandiera della prima capitale europea transfrontaliera ha smesso di sventolare subito. Ma come i protagonisti del film, anche i protagonisti di questa storia non pensavano di essere attori anche sull’altro palcoscenico, e chi li stava guardando seduto in platea, cioè noi, lo spettacolo l’ha visto tutto, dall’inizio alla fine. E ha visto il fascino discreto dell’ipocrisia di due Capitali della cultura, una italiana e una slovena, unite solo sul set delle foto di rito, le foto di scena. E ha visto magnificare la città senza confini con i controlli della polizia alla frontiera. O la totale assenza di incontri tra i consigli comunali delle due città, anche noi come i protagonisti del film non ce l’abbiamo fatta a vederci mai in tutto l’anno. Ma alla borghesia, e alla sua ipocrisia, interessa la sua immagine nel film, nella finzione. Non sa che il re è nudo, su un palcoscenico di un teatro pieno di spettatori che lo guardano e ridono, amaro certo, ma ridono di lui.



Concordo. La mia sensazione, girando tra eventi e simboli della cooperazione transfrontaliera, è sempre la stessa: una classe politica largamente inadeguata, almeno dal lato italiano, senza grandi differenze tra destra e sinistra. Da una parte c’è chi si crogiola in un nazionalismo stanco e autoreferenziale; dall’altra chi, dopo anni di retorica europeista, non ha nemmeno fatto lo sforzo minimo di imparare due parole della lingua del vicino.
Ma il problema, a ben vedere, non è solo italiano. Da entrambe le parti del confine non sembra esserci una vera volontà politica di costruire qualcosa di condiviso, al di là degli slogan. Basta entrare nel museo alla stazione della Transalpina: sulle mappe, le località di confine non sono bilingui. Dal lato sloveno e croato i nomi sono solo in sloveno, da quello italiano solo in italiano. Un dettaglio? No. È esattamente il modo in cui questo confine continua a essere pensato.
Anche sul piano pratico le cose non vanno molto meglio. La ragazza del museo non parlava una parola di italiano. Poco male per me, che l’italiano lo parlo insieme allo sloveno, al tedesco e all’inglese. Ma se davvero si parla di “capitale condivisa” o di spazio comune, possibile che non venga nemmeno in mente di mettere personale bilingue proprio nei luoghi simbolo?
Come spesso accade sono i singoli o le associazioni che promuovono spesso iniziative lodevoli di condivisione, di studio reciproco delle lingue od altro. la politica locale a parte le sparate risulta praticamente assente.
Da quello che so – anche se andrebbe verificato meglio – anche lo sloveno è spesso assente dalla parte italiana, sia nella cartellonistica che nei siti web informativi. Se è così, il quadro è chiaro: ognuno parla a casa propria, e il confine resta lì, intatto, solo un po’ ripitturato.
Alla fine, di tutta questa stagione resteranno probabilmente qualche infrastruttura in più, pagata come spesso accade più del dovuto, nella speranza che almeno venga manutenuta. Ma l’idea di uno spazio davvero condiviso, culturale prima ancora che politico, sembra non essere mai partita.