
Poveri, noi. I dati dell’ultimo rapporto Caritas sulla povertà nel Goriziano sono tremendi. Nel 2024 c’è stato un aumento del 21% dell’accesso ai servizi di prima necessità che la Caritas eroga. Tradotto: cibo, vestiti, bollette da pagare. Un aumento considerevole di persone che lavorano, ma quello che entra non basta a coprire quello che esce ogni mese. Per molti non basta neanche lavorare, quindi, per vivere.
Prima gli italiani, lo slogan di chi ci governa da un po’ – a Gorizia declinato in prima i Goriziani, da 20 anni ininterrottamente – qui è preso alla lettera: gli italiani purtroppo sono i primi a doversi mettere in fila.
Continueranno, quei pochi che vanno a votare, ad aver paura che gli stranieri rubino qualcosa, quando altro non c’è che la povertà? Povero, avanti con gli anni e con gli acciacchi, senza medico di base, con un ospedale sempre più malato, con la tari tra le più alte, con il costo della vita tra i più alti in Italia, con un misero 54esimo posto nella classifica della qualità della vita, questo è l’identikit ormai del Goriziano Medio. La Goriziana Media può aggiungere anche le botte, secondo i dati allarmanti di Sos rosa. Entrambi si rifugiano nell’abbraccio consolatorio dell’alcol e dello psicofarmaco, secondo i dati del SerD.
Va tutto bene, basta che non ci guardiamo allo specchio. Vent’anni di centrodestra non hanno di certo aiutato. Prima i goriziani a parole, ma nei fatti se non affronti i nodi che a ogni pié sospinto vengono al pettine poi è inevitabile che ti trovi i goriziani in fila alla Caritas. Con l’aggravante che ti sei giocato anche la capitale della cultura e la valanga di soldi che sono arrivati. Anzi, la beffa è che Ziberna è costretto a aumentare il costo dei parcheggi e ad abbassare la soglia di esenzione dell’addizionale IRPEF, perchè non ci sono soldi in cassa, chissà dove sono andati. A lui poco interessa, tra un anno e mezzo ha chiuso con Gorizia. Ai goriziani manca il pane? Finché c’è il vino non c’è da preoccuparsi. Ci penserà il prossimo, e se sarà di centrodestra, quello dopo ancora. Andrea Picco



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