
Spesso ci siamo occupati del parcheggio multipiano di via Manzoni a Gorizia, soffermandoci sulle tantissime modifiche che l’opera ha subito nel corso degli anni, a partire dalla sua riprogettazione come un intervento pubblico diretto e alla riduzione della sua volumetria. Nei primi anni 2010, infatti, l’amministrazione comunale aveva previsto la realizzazione di una grande struttura in project financing.
Il costo complessivo dell’opera pubblica è aumentato progressivamente a causa dei rincari delle materie prime negli anni 2022–2023, di adeguamenti normativi e di perizie di variante in corso d’opera.
Insomma, da 400 e rotti stalli si è passati a poco più di 100, da 4 piani di cui 2 interrati a una struttura bipiano (piano terra e piano rialzato) a fronte di una spesa lievitata enormemente.
Serve? Considerando che è sempre vuoto, forse no. Piace? Difficile possa piacere un’opera così invasiva e, ammettiamolo, brutta. Tali questioni però sono ormai superate in quanto l’opera c’è. La domanda piuttosto è: come si potrebbe utilizzare oltre che come parecheggio rendendola più gradevole?
C’è un paradosso strisciante che caratterizza le città contemporanee: ampie porzioni di suolo urbano vengono sottratte alla comunità e ricoperte con una spessa superficie di asfalto per adempiere a un’unica, utilitaristica funzione: il parcheggio delle automobili. Luoghi per loro natura aridi, privi di vita sociale, pensati per far sostare lamiere invece di far incontrare persone.
Se a questa perdita di spazio relazionale aggiungiamo la morsa sempre più soffocante delle estati urbane, amplificata dall’effetto “isola di calore”, appare chiaro come il modello di sviluppo cementocentrico non sia più sostenibile.
Tuttavia, proprio da una delle metropoli più dense e veloci al mondo arriva un cambio di prospettiva fondamentale. Tokyo ci insegna che persino un parcheggio può trasformarsi in un’oasi di sopravvivenza climatica.
A Tokyo, dove la superficie verde per abitante è storicamente limitata rispetto ad altre capitali mondiali, l’urbanistica ha dovuto farsi astuta e capillare. La città ha iniziato a valorizzare i vuoti urbani, la micro-frammentazione del suolo e i parcheggi sottoutilizzati, convertendoli in “Pocket Parks” (mini-parchi o parchi tascabili), sostituendo l’asfalto scuro con pavimentazioni drenanti, alberature a chioma fitta, siepi e specchi d’acqua, questi spazi cambiano drasticamente la micro-climatologia del quartiere.
Ripensare i parcheggi non significa fare la guerra all’automobile per puro principio, ma prendere atto della realtà: il suolo è una risorsa finita e preziosa. Lasciare che ettari di superfici urbane restino distese di materiale surriscaldato per la gran parte della giornata è un lusso ecologico ed economico che non possiamo più permetterci.
Convertire anche solo una percentuale dei parcheggi di superficie in oasi verdi tascabili significa passare da luoghi di transito e isolamento a infrastrutture di adattamento climatico, capaci di donare refrigerio, mitigare le temperature estreme e restituire alla città un pizzico di quel respiro naturale che il cemento gli aveva strappato. Eleonora Sartori



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